Via Pierluigi Nervi 64
00063 Campagnano di Roma (RM)
info@radionica.it
previdi.alessandra@gmail.com

+39 338 8648127

COLOMBIA

COLOMBIA

Alessandra Previdi

Tutto è cominciato con un articolo di un mio allievo, Vincenzo Grimaldi, naturopata e operatore radionico, pubblicato sul “Giornale di Radionica” e intitolato “Radionica senza frontiere”. Amico da tempo di missionari residenti in Kenia, ogni anno scendeva a trovarli, cercando di aiutarli nelle tante situazioni di miseria locale con le sue tante conoscenze. Aveva pensato di insegnar loro un po’ di radioestesia e uno di questi missionari era diventato un bravo rabdomante ed era riuscito a trovare dei pozzi di acqua potabile. L’idea che esprimeva nel suo articolo era di proseguire insegnando anche sistemi utili, semplici ed economici per la cura delle persone, degli animali e dei campi, auspicando l’esportazione delle tecniche radioniche nei paesi più bisognosi di aiuto. Entusiasta dell’idea l’avevo fatta rientrare nei progetti dell’ associazione, promettendogli tutto il sostegno possibile e studiando con lui un programma semplice, adatto a persone che non conoscevano niente dell’argomento, ma in grado di permettere loro di operare subito.

Durante un corso tenuto a Venezia ho parlato di questo progetto ai miei allievi e una di loro, Gianpaola Facchin, venezuelana e operatrice nel sociale dell’America latina da molti anni mi ha detto che avrebbe cercato di far rientrare la radionica in un progetto di aiuto in Colombia finanziato dalla Regione Veneto, promosso da una Onlus italiana, l’ “Associazione Volontariato Insieme” di Montebelluno (TV), particolarmente attenta alle difficili problematiche di quel Paese. Le ho mandato un progetto di base, mai più pensando che l’avrebbero approvato e che mi sarei trovata quasi senza accorgermene, nel giro di pochi mesi, su un aereo diretto a Bogotà, la capitale della Colombia, per tenere niente di meno che un corso di radionica.

L’organizzazione di riferimento laggiù si chiama Justizia Y Paz, una ONG locale che si dedica ad aiutare le comunità dei contadini, indigene e afrocolombiane che resistono pacificamente alla usurpazione del territorio, a combattere i crimini contro l’umanità, e a monitorare e investigare le ragioni politiche ed economiche di queste azioni di violazione dei diritti umani. Inoltre informano l’opinione pubblica delle violenze e delle angherie subite dalle minoranze, fanno battaglie legali, aiutano le vittime della violenza politica con gruppi di sostegno psicologico e materiale, e tanto altro. Parlando con questi giovani sono così piombata direttamente nella realtà più dura di questo bellissimo Paese che ha la sfortuna di essere uno dei maggior produttori di droghe per l’occidente, oltre che di un ottimo caffè. Ma che ci sia qualcosa che non va si avverte subito appena si arriva, tutto il Paese è pieno di militari, per le strade e agli incroci, tutte le volte che compri qualcosa ti chiedono il documento o ti prendono l’impronta dell’indice, in una sorta di schedatura automatica. Non è consigliato girare da soli, nelle città per via della delinquenza e nei grandi parchi naturali o sulle montagne per via dei guerriglieri.

La mattina dopo, con un altro aereo, sono partita per l’evento principale del mio viaggio, il seminario di radionica a Popayàn, una cittadina deliziosa nel sud del paese. Il seminario si sarebbe svolto in un agriturismo nelle vicinanze, messo a disposizione da un amico dell’associazione. I partecipanti, circa 30 persone provenienti da varie parti del paese, erano assistenti sociali, medici, terapeuti, piccoli agricoltori. Molti erano in viaggio da due giorni e la notte prima avevano dormito direttamente nella piccola sede di Justizia Y Paz di Popayàn, accalcati tutti insieme sul pavimento. Insieme a me era previsto l’intervento di una suora simpaticissima, esperta erborista, che avrebbe spiegato come farsi un orto di piante medicinali e come prepararle e usarle, e William Guerrero, un medico omeopata che avrebbe parlato dell’omeopatia. Io ero il pezzo forte, e mi avevano lasciato quasi tutte le due giornate. Ho spiegato loro nel mio spagnolo inventato, aiutata da Luis Fernando, membro di JyP e professore universitario di matematica, che invece parlava un ottimo italiano, un po’ di storia e i principi della radionica, e poi siamo passati alla pratica.

 

Li ho fatti mettere tutti seduti intorno ai tavoli e ho distribuito i pendolini, ricavati dai piombini usati dai pescatori che Vincenzo mi aveva portato prima di partire come dono di buon auspicio per i partecipanti. Li ho introdotti all’uso del pendolo, delle liste e dei ventagli. Poi ho distribuito il dottore di carta, un insieme di 80 disegni ideato da Don Gerrard sugli studi di Malcom Rae, un facile ed efficace sistema di rapido trattamento di altrettanti piccoli disturbi, dal mal d’orecchie alla febbre, dalla contusione al mal di schiena, e così via. Basta porci un bicchiere pieno di acqua sopra e berla, ed è fatta. La radionica è bella quando è così semplice!!!!. Sono poi passata all’uso di pochi grafici radionici per il trattamento a distanza, ho mostrato e spiegato l’uso del nostro Rafael, lo strumento radionico di analisi e trattamento della nostra associazione che è stato donato a William Guerrero, il medico che offre il suo aiuto a JyP, completo di rate anatomiche e di quelle dei rimedi omeopatici. Ho distribuito i Sanjeevini, altro sistema semplice ed economico di trattamento radionico. Sono passata poi alle tecniche mentali del grande guaritore americano Raymon Grace, ho spiegato come si informa l’acqua, cosa sono i fiori di Bach e come si possono preparare in casa.

I partecipanti benché seppelliti sotto tutte queste nozioni nuove, sono rimasti entusiasti. Hanno assimilato e messo in pratica con facilità quello che spiegavo, e devo ammettere che forse per la vicinanza della loro cultura con lo sciamanesimo si sono dimostrati degli ottimi allievi. Oltre ai vari grafici ho distribuito un nutrito manuale in spagnolo che avevo preparato prima di partire aiutata da Gianpaola, e il corso è stato filmato interamente. Tutto il materiale è stato salvato su cd distribuiti ai rappresentanti di ogni gruppo perché possano riprodurlo al bisogno.

Il giorno dopo sul presto sono partita accompagnata da Luis Fernando e Johana, la factotum di tutta l’organizzazione di Popayàn, per un piccolo seminario di radionica in agricoltura a cui avrebbero partecipato dei campesinos della regione di Sucre, a circa 3 ore di macchina, tra autobus e taxi locali. A proposito, sapete che in Colombia l’autobus che va nei paesi fino a che non è pieno non parte?? Gli orari sono solo indicativi!! Per fortuna il nostro si è riempito in fretta! Arrivati a Tequendama, una sorpresa: i campesinos stanno sulle colline e la strada in salita è così impervia che bisogna prendere i cavalli e indossare gli stivali da pioggia. Comincia a piovere e sotto la pioggia i cavalli stentano ad avanzare tra le rocce e nel fango alto, scivolando e recalcitrando. La salita richiede più di un’ora, ma infine arriviamo in cima, fradici ma salvi.

Sulla piccola spianata, circondata dai monti verdeggianti della rigogliosa natura colombiana, sorge una semplice costruzione circondata da piccole coltivazioni di caffè, la patata locale, e qualche altra pianta. La casa è diroccata, i muri scrostati, ci sono poche stanze, un gabinetto all’aperto, per lavarsi c’è un tubo per l’acqua che esce da un pozzo, la cucina è una stanza aperta, con il pavimento di terra. Non ci arriva l’elettricità, e la sera si usano le candele. Nessuno vive qui, è solo un posto di riunione di JyP, ma stanotte ci dormiremo tutti. I campesinos, un gruppo di 6-7 persone, tra cui alcune donne, sono curiosi e un po’ scettici, ma si fanno intorno e dopo l’ introduzione e la spiegazione di poche tecniche procediamo ad una prova pratica: le piante di caffè che attualmente soffrono per un parassita. Mi portano una foglia e della terra e procediamo ad una analisi e quindi alla ricerca di una terapia per l’ infestazione in atto. Procediamo a considerare altri problemi locali, ad esempio le razzie delle galline ad opera delle volpi, trovando che una buona e forse l’unica soluzione visto che i pollai non esistono, sarebbe avere un cane!.

 

Finiamo verso sera, quando ormai non si vede più per via del tramonto, e sono così gentili da organizzare una festa per me! Non solo: mi fanno la pasta per farmi sentire a casa, poi arrivano 4 ragazzi di un gruppo musicale locale che suonano le chitarre, insieme ad altri amici della zona, e via, si aprono le danze! Basta poco per sorridere!

Il giorno dopo c’è il sole e scendiamo a valle, stavolta a piedi, una bella faticata in mezzo ( e dentro!) al fango, ma anche l’occasione di una bella passeggiata in mezzo alla natura. Penso a chi questa strada la fa tutti i giorni, ai bambini che vivono nelle fattorie e che vanno a scuola…Mentre scendiamo lungo i campi di coca, principale coltivazione insieme al caffè, Luis Fernando mi invita a provarla. Mi spiega che non bisogna mandare giù le foglie, ma solo masticarle un po’, e poi sputarle, succo compreso. Ci provo due tre volte con la trepidazione del proibito, ma le foglie non hanno un gran sapore e non sento niente di speciale, per cui dopo due/tre prove lascio perdere. Ogni tanto sentiamo qualcuno da qualche parte in mezzo ai campi intonare un canto, e Luis Fernando mi spiega che quando i contadini lavorando nei campi masticano le foglie di coca cantano anche dei canti speciali perché la coca è una pianta sacra. Questo popolo è davvero intimamente magico!!

Approfitto per farmi spiegare un po’ delle loro tradizioni, quelle che mi interessano, ovvero gli sciamani, che da loro sono chiamati medici tradizionali. Luis Fernando mi dice che tutti hanno il loro medico tradizionale da cui ogni tanto si va per chiedere consiglio o per un “refresco” ovvero una purificazione, un vero e proprio rito con fini molteplici, dalla guarigione alla protezione, che si compie lungo un corso d’acqua e che dura un intero giorno, per finire poi con un bagno. Non si può imparare a essere un medico tradizionale, non esistono scuole che la insegnano né maestri. Ci si nasce. L’indicazioni vengono dai sogni che il bambino fa e che il nonno o un saggio possono interpretare, oppure perché si è colpiti da un fulmine. Nessuno insegnerà al predestinato, semplicemente sarà aiutato da chi ha esperienza a seguire la voce dello Spirito, l’unico insegnante. Fare il medico tradizionale non è facile. Se durante la notte si sogna che si deve andare a raccogliere una certa pianta in cima a una certa montagna, bisogna alzarsi e andare. Ma se si è nati per farlo e non lo si fa ci si ammala fino a morire. Luis Fernando conosceva personalmente un medico tradizionale che era arrivato quasi alla morte prima di decidersi a farlo. Ancora portava sul volto i segni della malattia che l’aveva deformato irrimediabilmente. Mi racconta anche cose strane e meravigliose che fanno i medici tradizionali, come il prendere durante la notte delle lucciole speciali stando attenti a non ucciderle perché sono collegate con il cuore di un uomo e tante altre cose affascinanti che mi ricordano molto i libri di Castaneda.

Il pomeriggio a Popayàn lo dedico ad insegnare ad utilizzare il Rafael a William, il medico omeopata che regolarmente viene quaggiù per offrire il suo aiuto. E’ venuta ad imparare anche la suora e altre persone che erano al corso, lì per approfondire, chiarire dubbi e soprattutto per salutarmi, piene di affetto e di riconoscenza. La mattina dopo infatti ritorno a Bogotà, e sull’aereo si siede vicino a me un medico che lavora per il Ministero della Sanità nel settore della pubblicità e dei media, e chiacchierando gli parlo della scoperta delle microdosi; è entusiasta e si scrive un po’ di appunti, chissà che attraverso di lui anche la Colombia possa beneficiare di questa tecnica così utile!.

Per un caso della vita, in quello stesso periodo è uscito il mio libro sulla radionica in spagnolo per cui gli ultimi giorni in Colombia li ho lasciati liberi per le varie interviste. Ma il mio editore colombiano desidera conoscermi personalmente e passa a prendermi per portarmi a visitare l’orto botanico di Bogotà, dove in quel momento c’è una mostra di orchidee. Ma non è questo che ci interessa. In mezzo all’Orto c’è una mallocca, una costruzione indigena tradizionale, il posto dove gli indios di Bogotà si riuniscono una volta al mese per parlare e compiere i loro rituali. Nessun “bianco” può entrare, è territorio sacro degli indios. Si può solo guardare l’interno da fuori. Ci sediamo lì vicino, e prima di cominciare il suo lungo racconto mi fa assaggiare una amarissima pasta di tabacco. Mi spiega che è usanza tra gli indigeni quando fanno le loro riunioni, prima di tutto masticare il tabacco e la polvere di coca, perché essendo piante sacre infondono lo Spirito anche negli uomini, e così chi parla lo farà attraverso di Esso, nella verità e per il bene comune, non per il proprio egoismo. Ma ci pensate se i nostri parlamentari usassero gli stessi criteri di questi popoli cosiddetti “primitivi” invece di pensare ognuno al suo tornaconto e meno che mai al bene comune? Ah, già, noi siamo un popolo evoluto… Mi parla poi a lungo delle sue esperienze con gli indios, avendo vissuto quasi 3 anni presso una tribù nella foresta amazzonica e di un mio possibile ruolo nell’avvicinare queste culture al mondo occidentale. Bè, di avere un editore sciamano proprio non me l’aspettavo!

Manca poco alla mia partenza e vorrei tanto conoscere personalmente un vero medico tradizionale, ma la sorte mi è avversa, e riparto per l’Italia senza averlo fatto, ma con il cuore caldo degli occhi e dell’affetto delle tante persone meravigliose che ho incontrato in questi pochi giorni.

Share

Articoli consigliati

Translator»